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Frate
Francesco e la fraternità francescana -
Sr. Anna Maria Villa, scmr
Sono due gli aspetti che in questo contesto sembra importante
mettere in evidenza della fraternità come è intesa da Francesco
d’Assisi e dalla tradizione francescana delle origini.
Il primo aspetto degno di nota è quanto si riscontra nelle descrizioni
riportate dalle Fonti: appaiono i tratti di una fraternità non
ancora inquadrata, non strutturata in modo preciso, ma già notevolmente
sviluppata e formata da ceti diversi. Troviamo infatti nelle Ammonizioni
norme che si occupano del comportamento rivolte a:
* artigiani che si spostano con i loro attrezzi cap VII
* fratelli occupati come ministeriali a servizio dell’una e dell’altra
casa cap VII
* chierici addetti alla predicazione XVII
* fratelli che si occupano degli emarginati cap VIII
* fratelli che vanno per il mondo XIV e XV
* fino a quelli che vanno tra i Saraceni cap XVI
Si evidenzia pertanto una fraternità che da subito appare totalmente
proiettata verso l’esterno. Infatti verrà esortata dal santo
a:
* restare fianco a fianco delle persone delle più disparate condizioni
condividendone le problematiche quotidiane
* non fare discriminazione nell’accoglienza
La normativa di questa fraternitas nasce dai confronti capitolari. E’
opportuno sottolineare come fino da allora la forza di legge fosse data
dal consenso dell’assemblea dei frati alla normativa che veniva
elaborata di volta in volta lungo il primo decennio. Poiché la
norma scritta aveva la sua sanzione da tali assemblee, esse vanno considerate
come il vero autore della norma :
“..gli uomini di questa religione si radunano una volta l’anno
in un luogo determinato per godere e rifocillarsi nel Signore e con il
consiglio di persone esperte fanno e promulgano le loro sante norme”
Giacomo da Vitry (FF1216).
Questa
fraternità così come era concepita da Francesco quindi,
aveva i suoi vincoli di coesione non tanto in ambiente e ritmi di convivenza
comunitaria, quanto nella comunanza di una tensione ideale, nella adesione
convinta ed entusiasta a quella che era stata chiamata la proposta cristiana,
indipendentemente dal rapporto diretto e personale con lui, che certo
riguardò una cerchia ristretta di persone. La riflessione fatta
in comune delle proprie esperienze veniva condotta alla luce dell’impegno
di vita secondo la forma del Vangelo sulla cui base poi venivano ‘normalizzate’.
La figura di Francesco era sicuramente autorevole e la sua opinione aveva
un peso notevole (si notino i passi in prima persona della Regola del
1221), ma anche le sue proposte erano messe in discussione (Lettera ad
un Ministro: si noti la seconda parte sui peccati mortali. C’è
un sicuro accenno da parte del santo al doverli ridiscutere nel capitolo
di Pentecoste).
Questo comportamento di fraternitas emerge dalla concezione stessa di
fratello che il santo propone a questa nuova comunità religiosa,
e che rappresenta il secondo aspetto importante. La fraternitas è
la modalità stessa con cui si realizza la vocazione, non è
contingente. Infatti Francesco inizialmente non sceglierà la vita
in comune per seguire il Signore, ma poiché Gli chiede come dovesse
seguirlo il Signore stesso gli dà dei fratelli. Non è una
differenza da poco per il santo: infatti lo si intuisce in tutte le sue
peculiarità in una delle ammonizioni che si cercherà di
affrontare passo per passo per rendere più chiaro quest’ultimo
concetto:
“Se qualche volta il suddito vede cose migliori e più
utili alla sua anima di quelle che gli ordina il superiore volontieri
sacrifichi a Dio le sue e cerchi invece di adempiere con le opere quelle
del superiore..” (FF 149)
Fin
qui sembrerebbe la normale regola dell’obbedienza, ma il santo non
si ferma qui:
“Se poi il superiore comanda al suddito qualcosa contro la sua
coscienza pur non obbedendogli, tuttavia non lo abbandoni.”
(FF 150).
Qui
è possibile riscontrare una larvata contraddizione: prima si parlava
di cose utili all’anima, qui di coscienza. Non è facile a
volte distinguere bene: una potrebbe essere un ‘merito’ a
cui si rinuncia, l’altra un vero danno a cui non si acconsente,
ma quello che è import ante
è non abbandonare il superiore. La vicinanza sicuramente non sarà
facile, ma aiuterà a realizzare quello che la vocazione indica:
il fratello è indispensabile nel bene e nel male a ‘me’,
alla persona se vuole seguire Cristo. La sua presenza è indispensabile
indicazione alla sequela. Non è più possibile una santità
da singoli. Ma c’è un passo ulteriore:
" E se per questo dovrà sostenere da parte di alcun persecuzioni,
li ami di più per amore di Dio. Infatti chi sostiene la persecuzione
piuttosto che volersi separare dai suoi fratelli rimane veramente nella
perfetta obbedienza perché sacrifica la sua anima per i suoi fratelli".
(FF 150).
E’
un passo molto forte perché chiama obbedienza non il concreto aderire
anche se è male agli ordini, ma il fare il bene portando la croce
della persecuzione da parte dei propri fratelli. Non è la sola
vita che è chiesta qui, ma addirittura il mettere a rischio la
propria salvezza, patendo quindi lo scandalo di una persecuzione ingiusta,
piuttosto che obbedire al male o abbandonare i fratelli malvagi. L’altro
è segno di un legame indissolubile per la salvezza e per la propria
vocazione. Pertanto, se si vuole tentare una sintesi si potrebbe dire
che le relazioni fraterne sono giudicate dalla propria appartenenza al
Signore, quindi co-esistono:
* Obbedienza e Diritto alla disobbedienza.
* Tenerezza e preoccupazione reciproca nel e per il Signore
* Senso di responsabilità in ordine alla salvezza.
In questo caso la missione/compito non viene dopo la vita di fraternità
né dopo la preghiera, e neppure la precede, ma in certo qual modo
è vissuta all’interno. |