“Accompagnare”
Camminare insieme verso la liberta’

Dalla Provincia Rioplatense “Madre Francesca Rubatto”

Nate nella Chiesa per servire in un mondo nuovo,
incarnando al femminile
lo spirito francescano cappuccino

La celebrazione del Centenario di aggregazione all’Ordine dei Frati minori Cappuccini ci sfida a riflessioni accurate e ricerche nuove, che dovremo certamente approfondire lungo quest’anno.
È nello svolgere questo servizio d’accompagnamento che mi faccio parecchie domande:

* Come accompagnare in questo tempo di tanti cambiamenti?
* Continua a essere rilevante la nostra spiritualità francescana – cappuccina – rubattiana nel nostro essere e nel nostro fare quotidiano?
* Quali sono le sfide personali, comunitarie e formative di fronte a questa grande possibilità d’incarnare al femminile la spiritualità che abbiamo professato?
* Alla luce della sequela e del discepolato, guardiamo al femminile di Dio?

Queste, tra altre, sono le domande che mi accompagnano e che desidero condividere con voi, nella semplicità delle mie ricerche, inquietudini, sfide e tentativi.
A partire dal cammino della nostra Chiesa di America Latina e dal Caribe, siamo state invitate da parte dei nostri Vescovi a “contemplare Gesù Cristo come lo trasmettono gli evangelisti, per conoscere quello che Lui ha fatto e per discernere quello che noi dobbiamo fare nelle attuali circostanze” (DA, 139).

Il principio della Regola di S. Francesco ci dice: “La regola e la vita dei frati è questa, cioè vivere in obbedienza, in castità e senza nulla di proprio, e seguire la dottrina e l’esempio del Signore nostro Gesù Cristo” (Rnb. 1,1), e le nostre Costituzioni affermano: “Nel suo cammino di progressiva conformazione a Cristo povero, umile, crocifisso e risorto, la Beata Fondatrice scopre in Francesco d’Assisi un modello di santità evangelica. Desidera quindi che la nuova comunità sia vivificata dal suo stesso spirito, per essere nella Chiesa segno credibile di un Vangelo vissuto sine glossa” (21) e “per essere memoria vivente di Gesù, ci consacriamo totalmente a Dio…” (28).

Una delle sfide più grandi che ho incontrato in questi anni è stata l’accompagnare giovani in ricerca vocazionale, per le quali “l’esperienza di Dio” o “l’incontro personale con Gesù” non sono né ben definiti, né vissuti forti e, purtroppo, a volte sono anche assenti.
Infatti, se è vero che c’è lo Spirito che opera nelle e dalle nostre debolezze, assenze e mancanze, tocca però a noi, come professe, la sfida di essere una risposta rilevante, a partire dalla nostra ricerca ed esperienza di Dio. Accompagniamo a partire da quello che siamo e facciamo, non tanto da quello che sappiamo.
Oggi più che mai, s’insiste su un’evangelizzazione di presenza, che non implica soltanto un semplice “stare”, ma soprattutto un modo evangelico di esserci.

Dobbiamo prendere coscienza che le nostre giovani arrivano con un’esperienza religiosa propria della loro cultura, storia personale e famigliare, che necessita di essere accompagnata, motivata e aiutata a centrarsi nella Persona di Gesù. Da lí occorre passare all’incontro, e poi all’esperienza religiosa, quella che dà significato alla chiamata, alla risposta e all’offerta totale della propria vita, affinché siano capaci di essere significativamente presenti in mezzo ai nostri fratelli più poveri. Occorre che siamo per loro donne minori e appassionate, raggiunte e sedotte dall’Amore gratuito e compassionevole di Dio. Ci dice S.S. Benedetto XVI nel discorso inaugurale di Aparecida (3): “Dio è la realtà fondamentale, non è soltanto un Dio pensato o ipotetico, è il Dio con volto umano; è “il Dio con noi”, il Dio dell’ amore fino alla croce. Quando il discepolo riesce a capire quest’amore di Cristo “sino alla fine”, non può non rispondere ad esso se non con un amore simile al suo: "Ti seguirò dovunque tu vada" (Lc 9, 57).

Qui si apre una nuova sfida: Come accompagnare a una spiritualità incarnata?
Il nostro Progetto Formativo ci illumina: “La formazione è un processo interiore che comporta l’integrazione di tutte le dimensioni e le risorse della persona intorno all’opzione fondamentale” (II, C).
È nostro compito offrire mezzi attraverso i quali le giovani possano riuscire a scoprire, nominare, accettare e integrare la propria storia personale e famigliare alla luce di uno sguardo di fede. Dove e come il Dio di Gesù si è fatto presente e si fa presente come Salvatore? E’ Lui che mi conduce a “luoghi spaziosi” ? Chi mi dona la Vita, la Vita abbondante, nella cui Verità ci rispecchiamo, e attraverso la quale raggiungiamo la Libertà tanto desiderata?
Nella misura in cui riusciamo a guardare le nostre storie come “spazi sacri”, dove Dio si rivela e mi fa una donna nuova e mi invia, come la Samaritana, per essere annuncio di quello che Lui ha detto e fatto in me, i nostri processi e progetti formativi recupereranno calore evangelico, perché saranno cresciuti in umanità.
A partire da nostra umanità accettata e riconciliata possiamo credere e scommettere per il Regno: “ Quello che non si assume non si redime”.
Madre Francesca fu cosciente della sua storia: delle sue perdite, dei suoi dolori, delle assenze, delle partenze, ecc. La sua vita a Torino riflette la sua capacità di donazione, come di una donna che conosce la “sofferenza”, la “povertà”, la “lotta”…
“La libertà interiore, donata a chi si lascia condurre dallo Spirito, rende Anna Maria pienamente disponibile alla chiamata del Signore” (Cost 10).
Sappiamo che questa disponibilità allo Spirito la conduce oltre l’oceano e la fa inserire fin nei sentieri della foresta, per poter “fare quel po’ di bene”; mossa da un unico desiderio e passione, “la maggiore Gloria di Dio” che non è altro se non quella dell’ “uomo vivente”.
Nella formazione non accompagniamo le giovani soltanto perché siano più “donne”, ma perché, incontrandosi con Gesù, siano donne attraversate dal Vangelo, nello stile di questa donna, la nostra Madre, che è stata definita “martire di carità”.
Queste scelte non s’improvvisano, ma crescono nella fedeltà al quotidiano, nel contatto con il vissuto della nostra gente, condividendone “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce” per “infondere speranza e consolazione” (GS 1; Cost. 6), cercando risposte che ci avvicinino ai crocifissi dei nostri tempi.
Accompagniamo affinché le nostre giovani si rendano capaci di rispondere alla chiamata di Dio, a partecipare alla vita del Figlio suo. Questa vita o partecipazione Madre Francesca la esprime con queste parole: “Adempiteli sempre bene i vostri doveri e vi farete sante, e la santità della vita ve la auguro proprio di cuore. Tenetevi sempre strette alla croce di Gesù…” (Lett 709 Alle novizie di Montevideo).

Spesso abbiamo la tentazione di spiritualizzare la croce. Essa è la conseguenza della fedeltà a un progetto di vita piena che i “potenti” del momento non potranno accogliere.
Accompagniamo o dobbiamo farlo a partire dalle nostre convinzioni, certezze personali e comunitarie. “L’attenzione costante ai bisogni spirituali e materiali dei poveri ci impegna a vivere come una vera famiglia nel Signore”(Cost 17). C’è una lettera della Madre a Sr. Scolastica che ci illumina e ci sfida: “vi raccomando prudenza, far tutto bene, con calma e tranquillità, onde le figlie non restino mal contente e non abbiano da supporre o credere che si agisca con passione, ma puramente per la gloria di Dio, pel bene individuale e della Comunità” (Lett.691).

Non dobbiamo stancarci nell’ accompagnare per una maturità umana, cristiana e consacrata. Non entriamo in comunità per soddisfare i nostri “bisogni personali”, o per “trovare una vita migliore” o, come si dice, “perché il mondo ci risulta troppo grande”! La Madre ci dice chiaramente e fermamente: “Vi prego, care figlie, per amor di Dio, … che veniate proprio col puro fine di lavorare a Gloria di Dio, a santificazione dell’anima vostra e dei nostri fratelli; e non già per incontrare una vita migliore…”
(Lett. 65).
È necessario chiedere con insistenza l’azione dello Spirito per coniugare con equilibrio e buon senso evangelico, queste tre dimensioni. Oggi più che mai occorre far crescere l’autonomia, il protagonismo, la partecipazione senza dimenticarci che siamo chiamate dentro una Chiesa locale, in una Comunità Religiosa concreta, attraverso la quale mi consacro a Dio, nel servizio dei fratelli “con il fraterno aiuto delle mie consorelle”.
Dobbiamo accompagnare per far crescere nell’appartenenza e nella identità carismatica. Questo è un impegno di tutte e di ciascuna di noi. Come ci dice la Regola: “… sono tenuti a fare di più e cose più grandi ” (Rnb1).
Sono convinta che la nostra spiritualità ha molto da dire agli uomini e alle donne del nostro tempo, specialmente alla gioventù, però credo anche che “Gesù ci chiede una vita migliore di quella che abbiamo condotto fino adesso” (Lett. 672).
Mi chiedo se saremo capaci - e se sarò capace - di lasciare a Dio questa irruzione o “primato” nelle nostre vite, come dicono le nostre recenti proposte capitolari. Non è facile entrare in un processo o dinamica di conversione, però ci siamo impegnate in esso e abbiamo l’obbligo e la responsabilità storica di quello che siamo e che facciamo, con il dono carismatico che c’è stato affidato.
Siamo molto preoccupate per la mancanza di vocazioni e insistiamo in rivitalizzare la Pastorale Vocazionale, certamente necessaria, però insufficiente, se contemporaneamente non ci decideremo a tornare alla freschezza delle origini: “Che il Signore ci sacrifichi e ci santifichi per la salvezza delle anime“ (Lett. 1),-“la nostra povera capanna di Betlem; la nostra culla di Loano” (Lett. 780)- “sacrificatevi per amor suo, siate grano fecondo nel suolo” (Lett. 159); “ai piedi di Gesù Bambino chiedo la grazia che da semplice suora, mi lascino andare nella missione del Brasile”(Lett. 106);” le opere della missione che il Signore ci affida su questa terra a sollievo della povera e languente umanità…. le nostre suore fanno del bene, sono ben viste dai popoli e sanno all'uopo sacrificarsi per Amor di Dio” (Lett. 102); “procurate di star buone e di avervi carità, facendo ciascuna del suo meglio per osservare la santa Regola e le piccole cose” (Lett. 436).

Siamo in un momento nel quale dobbiamo guardare con verità e umiltà a quello che siamo e come stiamo vivendo. Ci sono dei criteri “mondani” che si insinuano da tutte le parti: imborghesimento, tentazione di possesso, individualismo, edonismo (“se mi piace, se mi sento”), scoraggiamento e demotivazione.
È vero che la gioventù è contrassegnata da queste realtà, alle quali bisogna aggiungere le ferite della storia personale, le fragilità delle personalità ma insieme a questo esiste anche una forza vitale capace di accettare la sfida della trasformazione.
Le nostre paure di non avere o di perdere le vocazioni ci fanno dimenticare l’identità di una cappuccina. Madre Francesca voleva non solo sorelle buone, ma anche idonee per rispondere alla finalità dell’Istituto, e lo esprimeva chiaramente nelle sue lettere ai sacerdoti che raccomandavano le ragazze (Lett. 635, 641,706).
Nel processo d’accompagnamento dobbiamo essere coscienti che abbiamo bisogno di un sano equilibrio, che è anzitutto una grazia da chiedere, un’esigenza, un’espressione di tenerezza, vicinanza, accettazione incondizionata, confronto, rispetto profondo per la libertà dell’altro, non interferire nelle sue decisioni, criteri chiari al momento del discernimento delle condizioni o dell’idoneità della persona, alla luce della missione propria e del carisma. La lettera 706 è molto importante: non dobbiamo avere paura ad accompagnare le “uscite”. Se è leale accompagnarle, dobbiamo essere molto chiare al momento della scelta. Le persone che sono già da molto tempo nel lavoro della Formazione ci dicono: “Bisogna formare nel presente, avendo come riferimento il futuro”


“Portiamo questo tesoro in vasi di creta” – ci ricorda san Paolo – “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza” (Rm.8,26). L’accompagnamento è dono e compito. Abbiamo bisogno di essere docili all’azione dello Spirito, di aiuto fraterno, ma soprattutto di comunità formative, cioè di spazi dove ognuna di noi possa rivitalizzare la sua sequela, la sua passione per il Regno e aperti ai “segni dei tempi”, che aspettano da noi risposte nuove. Abbiamo bisogno di essere semplici, audaci, tenere e ferme, compassionevoli e samaritane, che scelgono, nello stile di Francesco e della Madre “gli emarginati della città, i lebbrosi e gli esclusi”.
Se ci incoraggiamo a mettere Dio al centro delle nostre vite, può darsi che ascolteremo ancora una volta la chiamata del Signore a sederci alla sua Mensa, a condividere il Pane, a diventare Pane noi stesse per gli altri. In questo modo, le giovani troveranno nella nostra comunità un luogo dove impegnarsi nella sequela di Gesù e nella costruzione del Regno.

Sr. Marta Soler - Maestra di Novizie

 



"Lavorate per la gloria
di Dio e il bene dei fratelli.
Sarete felici in terra e gloriose in cielo"

Beata Francesca Rubatto