La
celebrazione del Centenario di aggregazione all’Ordine dei Frati
minori Cappuccini ci sfida a riflessioni accurate e ricerche nuove,
che dovremo certamente approfondire lungo quest’anno.
È nello svolgere questo servizio d’accompagnamento che
mi faccio parecchie domande:
* Come accompagnare in questo tempo di tanti cambiamenti?
* Continua a essere rilevante la nostra spiritualità francescana
– cappuccina – rubattiana nel nostro essere e nel nostro
fare quotidiano?
* Quali sono le sfide personali, comunitarie e formative di fronte a
questa grande possibilità d’incarnare al femminile la spiritualità
che abbiamo professato?
* Alla luce della sequela e del discepolato, guardiamo al femminile
di Dio?

Queste, tra altre, sono le domande che mi accompagnano e che desidero
condividere con voi, nella semplicità delle mie ricerche, inquietudini,
sfide e tentativi.
A partire dal cammino della nostra Chiesa di America Latina e dal Caribe,
siamo state invitate da parte dei nostri Vescovi a “contemplare
Gesù Cristo come lo trasmettono gli evangelisti, per conoscere
quello che Lui ha fatto e per discernere quello che noi dobbiamo fare
nelle attuali circostanze” (DA, 139).
Il principio della Regola di S. Francesco ci dice:
“La regola e la vita dei frati è questa, cioè vivere
in obbedienza, in castità e senza nulla di proprio, e seguire
la dottrina e l’esempio del Signore nostro Gesù Cristo”
(Rnb. 1,1), e le nostre Costituzioni affermano: “Nel suo cammino
di progressiva conformazione a Cristo povero, umile, crocifisso e risorto,
la Beata Fondatrice scopre in Francesco d’Assisi un modello di
santità evangelica. Desidera quindi che la nuova comunità
sia vivificata dal suo stesso spirito, per essere nella Chiesa segno
credibile di un Vangelo vissuto sine glossa” (21) e “per
essere memoria vivente di Gesù, ci consacriamo totalmente a Dio…”
(28).
Una delle sfide più grandi che ho incontrato in questi anni è
stata l’accompagnare giovani in ricerca vocazionale, per le quali
“l’esperienza di Dio” o “l’incontro personale
con Gesù” non sono né ben definiti, né vissuti
forti e, purtroppo, a volte sono anche assenti.
Infatti, se è vero che c’è lo Spirito che opera
nelle e dalle nostre debolezze, assenze e mancanze, tocca però
a noi, come professe, la sfida di essere una risposta rilevante, a partire
dalla nostra ricerca ed esperienza di Dio. Accompagniamo a partire da
quello che siamo e facciamo, non tanto da quello che sappiamo.
Oggi più che mai, s’insiste su un’evangelizzazione
di presenza, che non implica soltanto un semplice “stare”,
ma soprattutto un modo evangelico di esserci.
Dobbiamo prendere coscienza che le nostre giovani arrivano con un’esperienza
religiosa propria della loro cultura, storia personale e famigliare,
che necessita di essere accompagnata, motivata e aiutata a centrarsi
nella Persona di Gesù. Da lí occorre passare all’incontro,
e poi all’esperienza religiosa, quella che dà significato
alla chiamata, alla risposta e all’offerta totale della propria
vita, affinché siano capaci di essere significativamente presenti
in mezzo ai nostri fratelli più poveri. Occorre che siamo per
loro donne minori e appassionate, raggiunte e sedotte dall’Amore
gratuito e compassionevole di Dio. Ci dice S.S. Benedetto XVI nel discorso
inaugurale di Aparecida (3): “Dio è la realtà fondamentale,
non è soltanto un Dio pensato o ipotetico, è il Dio con
volto umano; è “il Dio con noi”, il Dio dell’
amore fino alla croce. Quando il discepolo riesce a capire quest’amore
di Cristo “sino alla fine”, non può non rispondere
ad esso se non con un amore simile al suo: "Ti seguirò dovunque
tu vada" (Lc 9, 57).
Qui si apre una nuova sfida: Come accompagnare
a una spiritualità incarnata?
Il nostro Progetto Formativo ci illumina: “La formazione è
un processo interiore che comporta l’integrazione di tutte le
dimensioni e le risorse della persona intorno all’opzione fondamentale”
(II, C).
È nostro compito offrire mezzi attraverso i quali le giovani
possano riuscire a scoprire, nominare, accettare e integrare la propria
storia personale e famigliare alla luce di uno sguardo di fede. Dove
e come il Dio di Gesù si è fatto presente e si fa presente
come Salvatore? E’ Lui che mi conduce a “luoghi spaziosi”
? Chi mi dona la Vita, la Vita abbondante, nella cui Verità ci
rispecchiamo, e attraverso la quale raggiungiamo la Libertà tanto
desiderata?
Nella misura in cui riusciamo a guardare le nostre storie come “spazi
sacri”, dove Dio si rivela e mi fa una donna nuova e mi invia,
come la Samaritana, per essere annuncio di quello che Lui ha detto e
fatto in me, i nostri processi e progetti formativi recupereranno calore
evangelico, perché saranno cresciuti in umanità.
A partire da nostra umanità accettata e riconciliata possiamo
credere e scommettere per il Regno: “ Quello che non si assume
non si redime”.
Madre Francesca fu cosciente della sua storia: delle sue perdite, dei
suoi dolori, delle assenze, delle partenze, ecc. La sua vita a Torino
riflette la sua capacità di donazione, come di una donna che
conosce la “sofferenza”, la “povertà”,
la “lotta”…
“La libertà interiore, donata a chi si lascia condurre
dallo Spirito, rende Anna Maria pienamente disponibile alla chiamata
del Signore” (Cost 10).
Sappiamo che questa disponibilità allo Spirito la conduce oltre
l’oceano e la fa inserire fin nei sentieri della foresta, per
poter “fare quel po’ di bene”; mossa da un unico desiderio
e passione, “la maggiore Gloria di Dio” che non è
altro se non quella dell’ “uomo vivente”.
Nella formazione non accompagniamo le giovani soltanto perché
siano più “donne”, ma perché, incontrandosi
con Gesù, siano donne attraversate dal Vangelo, nello stile di
questa donna, la nostra Madre, che è stata definita “martire
di carità”.
Queste scelte non s’improvvisano, ma crescono nella fedeltà
al quotidiano, nel contatto con il vissuto della nostra gente, condividendone
“le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce” per
“infondere speranza e consolazione” (GS 1; Cost. 6), cercando
risposte che ci avvicinino ai crocifissi dei nostri tempi.
Accompagniamo affinché le nostre giovani si rendano capaci di
rispondere alla chiamata di Dio, a partecipare alla vita del Figlio
suo. Questa vita o partecipazione Madre Francesca la esprime con queste
parole: “Adempiteli sempre bene i vostri doveri e vi farete sante,
e la santità della vita ve la auguro proprio di cuore. Tenetevi
sempre strette alla croce di Gesù…” (Lett 709 Alle
novizie di Montevideo).
Spesso abbiamo la tentazione di spiritualizzare la croce. Essa è
la conseguenza della fedeltà a un progetto di vita piena che
i “potenti” del momento non potranno accogliere.
Accompagniamo o dobbiamo farlo a partire dalle nostre convinzioni, certezze
personali e comunitarie. “L’attenzione costante ai bisogni
spirituali e materiali dei poveri ci impegna a vivere come una vera
famiglia nel Signore”(Cost 17). C’è una lettera della
Madre a Sr. Scolastica che ci illumina e ci sfida: “vi raccomando
prudenza, far tutto bene, con calma e tranquillità, onde le figlie
non restino mal contente e non abbiano da supporre o credere che si
agisca con passione, ma puramente per la gloria di Dio, pel bene individuale
e della Comunità” (Lett.691).
Non dobbiamo stancarci nell’ accompagnare per una maturità
umana, cristiana e consacrata. Non entriamo in comunità per soddisfare
i nostri “bisogni personali”, o per “trovare una vita
migliore” o, come si dice, “perché il mondo ci risulta
troppo grande”! La Madre ci dice chiaramente e fermamente: “Vi
prego, care figlie, per amor di Dio, … che veniate proprio col
puro fine di lavorare a Gloria di Dio, a santificazione dell’anima
vostra e dei nostri fratelli; e non già per incontrare una vita
migliore…” (Lett. 65).
È necessario chiedere con insistenza l’azione dello Spirito
per coniugare con equilibrio e buon senso evangelico, queste tre dimensioni.
Oggi più che mai occorre far crescere l’autonomia, il protagonismo,
la partecipazione senza dimenticarci che siamo chiamate dentro una Chiesa
locale, in una Comunità Religiosa concreta, attraverso la quale
mi consacro a Dio, nel servizio dei fratelli “con il fraterno
aiuto delle mie consorelle”.
Dobbiamo accompagnare per far crescere nell’appartenenza e nella
identità carismatica. Questo è un impegno di tutte e di
ciascuna di noi. Come ci dice la Regola: “… sono tenuti
a fare di più e cose più grandi ” (Rnb1).
Sono convinta che la nostra spiritualità ha molto da dire agli
uomini e alle donne del nostro tempo, specialmente alla gioventù,
però credo anche che “Gesù ci chiede una vita migliore
di quella che abbiamo condotto fino adesso” (Lett. 672).
Mi chiedo se saremo capaci - e se sarò capace - di lasciare a
Dio questa irruzione o “primato” nelle nostre vite, come
dicono le nostre recenti proposte capitolari. Non è facile entrare
in un processo o dinamica di conversione, però ci siamo impegnate
in esso e abbiamo l’obbligo e la responsabilità storica
di quello che siamo e che facciamo, con il dono carismatico che c’è
stato affidato.
Siamo molto preoccupate per la mancanza di vocazioni
e insistiamo in rivitalizzare la Pastorale Vocazionale, certamente necessaria,
però insufficiente, se contemporaneamente non ci decideremo a
tornare alla freschezza delle origini: “Che il Signore ci sacrifichi
e ci santifichi per la salvezza delle anime“ (Lett. 1),-“la
nostra povera capanna di Betlem; la nostra culla di Loano” (Lett.
780)- “sacrificatevi per amor suo, siate grano fecondo nel suolo”
(Lett. 159); “ai piedi di Gesù Bambino chiedo la grazia
che da semplice suora, mi lascino andare nella missione del Brasile”(Lett.
106);” le opere della missione che il Signore ci affida su questa
terra a sollievo della povera e languente umanità…. le
nostre suore fanno del bene, sono ben viste dai popoli e sanno all'uopo
sacrificarsi per Amor di Dio” (Lett. 102); “procurate di
star buone e di avervi carità, facendo ciascuna del suo meglio
per osservare la santa Regola e le piccole cose” (Lett. 436).
Siamo
in un momento nel quale dobbiamo guardare con verità e umiltà
a quello che siamo e come stiamo vivendo. Ci sono dei criteri “mondani”
che si insinuano da tutte le parti: imborghesimento, tentazione di possesso,
individualismo, edonismo (“se mi piace, se mi sento”), scoraggiamento
e demotivazione.
È vero che la gioventù è contrassegnata da queste
realtà, alle quali bisogna aggiungere le ferite della storia
personale, le fragilità delle personalità ma insieme a
questo esiste anche una forza vitale capace di accettare la sfida della
trasformazione.
Le nostre paure di non avere o di perdere le vocazioni ci fanno dimenticare
l’identità di una cappuccina. Madre Francesca voleva non
solo sorelle buone, ma anche idonee per rispondere alla finalità
dell’Istituto, e lo esprimeva chiaramente nelle sue lettere ai
sacerdoti che raccomandavano le ragazze (Lett. 635, 641,706).
Nel processo d’accompagnamento dobbiamo essere coscienti che abbiamo
bisogno di un sano equilibrio, che è anzitutto una grazia da
chiedere, un’esigenza, un’espressione di tenerezza, vicinanza,
accettazione incondizionata, confronto, rispetto profondo per la libertà
dell’altro, non interferire nelle sue decisioni, criteri chiari
al momento del discernimento delle condizioni o dell’idoneità
della persona, alla luce della missione propria e del carisma. La lettera
706 è molto importante: non dobbiamo avere paura ad accompagnare
le “u
scite”.
Se è leale accompagnarle, dobbiamo essere molto chiare al momento
della scelta. Le persone che sono già da molto tempo nel lavoro
della Formazione ci dicono: “Bisogna formare nel presente, avendo
come riferimento il futuro”
“Portiamo questo tesoro in vasi di creta”
– ci ricorda san Paolo – “Lo Spirito viene in aiuto
alla nostra debolezza” (Rm.8,26). L’accompagnamento è
dono e compito. Abbiamo bisogno di essere docili all’azione dello
Spirito, di aiuto fraterno, ma soprattutto di comunità formative,
cioè di spazi dove ognuna di noi possa rivitalizzare la sua sequela,
la sua passione per il Regno e aperti ai “segni dei tempi”,
che aspettano da noi risposte nuove. Abbiamo bisogno di essere
semplici, audaci, tenere e ferme, compassionevoli e samaritane, che
scelgono, nello stile di Francesco e della Madre “gli emarginati
della città, i lebbrosi e gli esclusi”.
Se ci incoraggiamo a mettere Dio al centro delle nostre vite, può
darsi che ascolteremo ancora una volta la chiamata del Signore a sederci
alla sua Mensa, a condividere il Pane, a diventare Pane noi stesse per
gli altri. In questo modo, le giovani troveranno nella nostra comunità
un luogo dove impegnarsi nella sequela di Gesù e nella costruzione
del Regno.
Sr.
Marta Soler - Maestra di Novizie